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Costraint Induced Movement Theraphy/emiplegia bambino

 
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Inviato: Gio Giu 29, 2017 11:31 am    Oggetto: Ads

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Kodia
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MessaggioInviato: Lun Mag 02, 2011 5:58 pm    Oggetto: Costraint Induced Movement Theraphy/emiplegia bambino Rispondi citando

poichè ho trovato questo:

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mi sono chiesta cosa fosse e ho trovato quest'altro (*)

La CIMT (acronimo di Constraint Induced Movement Therapy) è una tecnica di fisioterapia, messa a punto nel 1993 dal team del Dott. Edward Taub sulla base di esperimenti su scimmie condotti negli anni ’80. E’ destinata alla riabilitazione in fase sub-acuta e cronica di patologie quali: ictus, sia ischemico che emorragico, lesioni cerebrali traumatiche o di altra natura, paralisi cerebrale infantile. Il nome della tecnica si traduce letteralmente come “Terapia del Movimento Vincolo-Indotta”, anche se “Terapia del Movimento per Induzione Costrittiva” rende molto meglio il senso della metodica.

I concetti che ne stanno alla base partono da molto lontano. Già nel 1904 Henry Meige parlava di “amnesia motoria funzionale” nei pazienti colpiti da ictus per spiegarne, almeno in parte, i disordini motori definendoli come: secondari all’assenza di attività, collegati a processi di apprendimento, collegati a un fenomeno di perdita di memoria funzionale, reversibili con una rieducazione motoria focalizzata sulla pratica ripetuta della funzione persa. Ciò ovviamente implicava che la lesione cerebrale avesse risparmiato la possibilità biologica del movimento, ovvero che non fosse tanto grave da distruggere completamente e per sempre una finestra di recupero.

La prima descrizione di Meige suggeriva che parte del deficit motorio fosse basato su un meccanismo di apprendimento indotto da tentativi senza successo di muovere l’arto leso, con abbandono finale della funzione (“learned helplessness” – “inutilità appresa”). L’intuizione di Meige nacque e morì con lui.

Negli anni ’80 (fra il 1981 e il 1987) Edward Taub cominciò a condurre esperimenti su scimmie in cui produceva chirurgicamente e volontariamente una lesione tale da tagliare le vie nervose del movimento di un arto superiore, osservando il successivo comportamento degli animali. Senza interventi particolari, gli animali smettevano di usare l’arto leso e sviluppavano compensi sull’arto sano.

Dopo alcuni mesi ebbe l’intuizione di impedire il movimento dell’arto sano degli animali: con grande sorpresa, le scimmie, quando costrette a farlo, ricominciarono ad usare l’arto leso in modo funzionale.

L’animale con un arto lesionato cercava immediatamente di farne uso, non riuscendovi. Cominciava allora a compensare questa sua menomazione, in realtà abbastanza bene in condizioni di laboratorio, con una espressione esaltata dei tre arti rimanenti: ciò si traduceva in un rinforzo positivo che si stabilizzava nel tempo. Inoltre, i tentativi di usare l’arto deafferenziato (scollegato dal cervello) portavano spesso a conseguenze avverse quali la caduta di cibo e oggetti e in generale il fallimento in ogni attività. Queste reazioni avverse venivano vissute dall’animale come una punizione rappresentante un potente fattore di soppressione comportamentale. Di conseguenza, le scimmie non imparavano mai che dopo alcuni mesi dalla deafferentazione l’arto diventava potenzialmente riutilizzabile.

A questo fenomeno fu dato il nome di “learned non use” (ovvero “non uso appreso”) e si accertò il suo instaurarsi durante la fase acuta dell’ictus, quando il movimento di solito realmente non è possibile per una sorta di “shock” in cui versa il sistema nervoso centrale (fenomeno della diaschisi). Si scoprì, con altri studi, che il learned non-use sembrava di fatto esistere anche nell’essere umano. La disabilità conseguente una lesione cerebrale diventava quindi la somma del danno ai tessuti del cervello, più la quota di non uso appreso. E’ stato dimostrato che questa quota, in realtà, può avere un peso pari o addirittura superiore alla lesione in sé nelle determinazione del danno funzionale totale.

La grande occasione che si delineò venne in essere nella possibilità di rimuovere dal danno totale la quota relativa al learned non use, riducendo, a volte in modo molto significativo, la limitazione funzionale e la disabilità.

Nel 1993 il gruppo di Taub pubblicò l’articolo “Technique to improve chronic motor deficit after stroke”, presentando l’applicazione agli esseri umani del fenomeno del learned non-use e la risposta dei pazienti ad un momento costrittivo che forzasse l’uso dell’arto superiore paralizzato, consistente di fatto in un “guanto” semirigido messo alla mano sana che ne impedisse l’uso nelle attività manuali. Nel gruppo sperimentale, la mano non affetta dei pazienti fu messa in uno splint di riposo per il polso (per l’appunto, il guanto di poco fa). Il braccio relativo fu fasciato al tronco in posizione di riposo; l’arto colpito fu lasciato libero. Il vincolo fu portato dai pazienti per tutte le ore di veglia, fatta eccezione per alcune attività specifiche (funzioni escretorie, igiene personale). I pazienti acconsentirono a indossare il vincolo per il 90% della giornata. I risultati di questa prima sessione sperimentale furono sorprendenti. Nei casi più “drammatici” il miglioramento motorio fu tale da permettere il ritorno ad un’attività lavorativa part-time. In particolare una delle pazienti, che ha trovato lavoro presso un’istituzione religiosa, affermò di riuscire a rispondere al telefono con la mano sana e scrivere i messaggi con la mano affetta e di essere così riuscita ad uscire dalla depressione in cui era caduta dal momento dell’ictus.

Nel 1994 furono presentati i risultati di una seconda sperimentazione il cui il team incluse la divisione di ogni gesto nelle sue componenti elementari, che furono insegnate ai partecipanti. I risultati di questa seconda sessione sperimentale furono ancora più eclatanti, mostrando un effettivo sinergismo fra apparato costrittivo (il “guanto”) e addestramento all’uso della mano e del braccio. Sebbene entusiasti dei risultati, gli scienziati richiamarono alla prudenza anche dopo questa seconda sperimentazione, chiedendo che venissero effettuate ulteriori ricerche per validare la metodica. L’esistenza del learned non-use negli esseri umani e della sua possibile rimozione, comunque, era stata ampiamente dimostrata.

Da li a pochi anni la letteratura scientifica si sarebbe arricchita di studi per la valutazione della nuova tecnica per cui fu coniato rapidamente il termine Constraint-Induced Movement Therapy col relativo acronimo CIMT (in alcuni studi degli ultimi anni del ‘900 si parla ancora di CI-Therapy o si fa riferimento ad una “Taub’s Therapy”). Col passare del tempo sarebbero state eleborate anche delle versioni modificate del protocollo originale. Oggi quando si cita la Constraint Therapy ci si riferisce ad uno fra i protocolli fra quello originale del 1993, automatizzato del 2001 (AutoCITE: Automated Constraint Induced Therapy Extension), modificato del 2002 (mCIMT: modified Constraint Induced Movement Therapy).

Dal punto di vista dei modelli comportamentali del fisioterapista, Boylstein nel 2005 ha individuato come maggiormente rilevanti per la terapia: l’insegnamento al paziente della tecnica esatta per eseguire un determinato compito (coaching), l’incoraggiamento al paziente (cheerleading), il ricordare al paziente di non usare l’arto sano durante l’esecuzione degli esercizi (reminding), il modificare un esercizio per la troppa facilità o difficoltà per il paziente (changing), il relazionarsi col paziente durante le pause o davanti ad interruzioni dettate dalla frustrazione dello
stesso (contemplating).

La seduta di fisioterapia con Constraint Therapy comprende il seguente trattamento:

• mobilizzazione passiva al fine di prevenire danni secondari muscolari e articolari;
• esercizi di motilità attiva dell’arto paretico con particolare attenzione alla motilità fine della mano;
• stimolazione sensoriale, esterocettiva e propriocettiva dell’arto affetto.

L’esecuzione della CIMT passa attraverso otto categorie di esercizi che il fisioterapista fa eseguire al paziente per un tempo più o meno esteso a seconda del tipo di protocollo che si sta seguendo (CIMT, mCIMT, AutoCITE). Queste otto categorie sono considerabili come pilastri dell’esecuzione della tecnica:

1. Raggiungere
2. Spostare
3. Tracciare
4. Rivoltare
5. Spinare/Pronare
6. Infilare/Sfilare
7. Tamburellare
8. Archi ed anelli

Un protocollo universale per la riabilitazione dell’emiparetico/plegico non è ovviamente proponibile, ma risulta comunque fondamentale sfruttare le nozioni a disposizione per inserirle in un determinato contesto riabilitativo.

In conclusione, i fisioterapisti hanno oggi la possibilità, grazie ai risultati della letteratura, di usufruire da subito di una metodica coerente con i principi della riabilitazione basata sull’evidenze, contribuendo così a dare il giusto valore e la dovuta dignità scientifica alla professione fisioterapica. La CIMT rappresenta l’offerta di un’opportunità che nessun professionista della riabilitazione può permettersi, oggi, il lusso di perdere.

Che io sappia, in Italia oggi la CIMT viene erogata (oltre che dai liberi professionisti che hanno approfondito la metodica) da questi nove centri specializzati in riabilitazione neurologica:

• Policlinico G.B Rossi (Verona);
• Ospedale S. Cuore – Don Calabria (Verona);
• Clinica Quarenghi (Bergamo);
• SCRRF Ospedale di Novara, Ospedale S. Camillo (Venezia);
• IRRCS Fondazione Istituto Neurologico C. Mondino (Pavia);
• Unità Operativa di Medicina Fisica e Riabilitazione (Padova);
• Clinica di Neuroriabilitazione Ospedali Riuniti (Ancona);
• Villa Beretta (Costa Masnaga, Lecco).

(*) dal blog "una scrittura alternativa", 2008

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MessaggioInviato: Mar Mag 03, 2011 12:06 pm    Oggetto: Rispondi citando

avevo letto cose molto interessanti sulla cit sul libro "Il cervello infinito" di Norman doidge .una domanda che mi pongo è : in caso di ictus e susseguente perdita delle funzioni, un'inibizione dell'arto non colpito e la focalizzazione al recupero delle competenze dell'arto leso ha una sua logica.ma in caso di lesioni peri o postnatali, in cui la parte è stata lesa prima dell'acquisizione di qualsivoglia competenza e quindi non si tratta di riabilitazione ma di abilitazione tout court, si hanno gli stessi risultati? Materiale sull'argomento ne ho trovato poco
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Kodia
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MessaggioInviato: Mar Mag 03, 2011 12:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

scusa, hai visto il primo link che ho messo? è un trial che presentarenno al besta, ho letto male? non è questa terapia applicata al bambino diplegico?

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MessaggioInviato: Mar Mag 03, 2011 5:24 pm    Oggetto: Rispondi citando

sorry, mica avevo colto che si trattava di due link diversi... ho pensato che fose la fonte Embarassed
difficilmente a mio avviso, la cit o cimt può avere grossi risultati su un paziente diplegico, perchè sono colpiti entrambi gli emilati.sul paziente emiplegico invece può avere un suo perchè (ovviamente il paziente tenderà a "scordare" l'emilato colpito in favore dell'emilato sano., la cosiddetta "learned non use".inibendo l'emilato sano per forza di cose si dovrà studiare una strategia per ottenere il recupero delle competenze e la massima funzionalità dall'emilato colpito. Il mio dubbio riguarda la differenza fra lesioni avute quando le competenze erano state acquisite e lesioni avute quando l'emilato colpito non aveva di fatto ancora alcuna competenza , la solita questione fra abilitazione e riabilitazione in sostanza Wink ovviamente suppongo che mi sto spiegando malissimo Laughing ).Sul libro di Doidge c'è un interessantissimo capitolo riguardante gli studi di Taub e le prime applicazioni cliniche (da pag 146 a pag. 178....non è che ricordo il libro a memoria, lo sto rileggendo in questi giorni Wink ).Sai che si trovò contro la peta che gli rubò le scimmie mandando al diavolo mesi e mesi di lavoro ? (simpatizzo con le scimmie comunque.... Laughing )
il libro di Doidge non è recentissimo ma è molto ben scritto e non è destinato agli addetti ai lavori. in Italia è edito da ponte alle grazie editore
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Kodia
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MessaggioInviato: Mar Mag 03, 2011 9:15 pm    Oggetto: Rispondi citando

uffff Embarassed c'ho la testa nel frullatore... emiplegia, emiplegia! chiedo scusa!
IL TRIAL MULTICENTRICO SULLA CONSTRAINT THERAPY NEL BAMBINO
CON EMIPLEGIA: I RISULTATI E LE INDICAZIONI PER LA PRASSI
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MessaggioInviato: Dom Apr 22, 2012 9:29 pm    Oggetto: Rispondi citando

Mi riallaccio qui per sapere se nel frattempo ci sono altre esperienze di forumisti sul CIMT o HABIT, giacché mia figlia potrebbe essere inserita in una riabilitazione intensiva con questo approccio. In particolare mi interessa sapere con quale frequenza temporale il programma è stato proposto e com'è stato affrontato l'aspetto dell'accettazione del periodo riabilitativo dal piccolo paziente.
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